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La relazione:il luogo del due

La relazione è il luogo che ogni essere vivente è destinato a vivere anche magari con grande fatica.

Molte volte ci troviamo a dover vivere a cavallo di una linea sottile che divide tutto ciò di cui facciamo esperienza e che un niente, ci porta da un lato o dall’altro delle sponde di un’esperienza che prende il nome di vita. La pienezza o la mancanza, la ricchezza o la miseria, il sentire che apparteniamo a qualcuno e nel medesimo momento sentire che qualcuno appartiene alla nostra vita e la rende migliore è qualcosa di unico e profondamente ristrutturante per la nostra capacità di entrare in relazione con gli altri. Capire che amare un altro da noi è impossibile fino a quando non abbiamo compreso che la dimensione più importante è saper stare anche soli con noi stessi e accettare che siano presenti in noi dei vuoti, con i quali entrare in relazione, illuminarli e vedere all’interno quanta parte di noi è rimasta irrisolta.

La relazione si basa sulla sottilissima e impercettibile linea che esiste tra ciò che potremmo chiamare destino o copione, come direbbero Jung o Berne, cioè quella modalità a ripetere, quella coazione, che ci domina e ci porta a fare sempre le medesime scelte, il più delle volte auto distruttive e la possibilità di acquisire quella consapevolezza che ci rende persone nuove e autodirette.

Tutti noi portiamo in eredità il nome che ci è stato dato, questo nome parla di noi e della relazione indissolubile con le nostre radici, ma allo stesso tempo delle nostre ali. le radici solide e stabili ci tengono ancorati alla nostra storia “verticale” e le nostre ali ci fanno errare nel mondo, ci fanno divergere verso il nostro desiderio verso il nostro luogo del DUE. Essere divergenti è l’atto più importante per poter trovare una giusta separazione e individuazione nei confronti degli altri; Bowlby parlerebbe del concetto di “madre come base sicura” per spiegare il sistema omeostatico di attaccamento e esplorazione che si mette in atto quando si inizia a “conoscere il mondo”.

Desiderare è essere consapevoli che in noi esiste una mancanza che ci spinge a ricercare un altro da noi che ci aiuti a vederci per quello che siamo “piccoli miracoli” che stanno dentro una relazione.

L’essere umano è un “piccolo miracolo” perchè proprio nella mancanza e nelle sue parti fragili riesce a sperimentare l’assoluto di una nuova e sorprendente verità, questa verità si basa sull’essere visto per quel che è, per il suo bisogno naturale di “stare” dentro una relazione.

Freud ha definito il principio di piacere e il principio di realtà, arrivando a definire che l’uomo ha bisogno di soddisfare le sue pulsioni, iniziando dal nutrirsi, tanto che nella posizione schizoparanoide definita dalla Klein, il bambino allucina onnipotentemente il seno della madre come se lui stesso creasse l’oggetto della sua soddisfazione, ma questo non può bastare; infatti come vide bene Spitz il bambino ha bisogno di essere “visto” (handling e holding) e non solo nutrito. il nostro bisogno di “carezze” dovrebbe essere basato sull’essere dell’uomo non sul suo fare.

Le “carezze” ci dovrebbero aiutare ad arrivare all’autonomia che fatta di consapevolezza, spontaneità, intimità, eticità.

Essere autonomi ci affranca dal vivere una dipendenza relazionale che può arrivare a cadere nella relazione disfunzionale e emotivamente deprivante con persone che possiamo inserire nel cluster B delle personalità del DSM 5, personalità che potremmo definire pericolose. Persone che potrebbero abusare delle nostre mancanze e minare la nostra autostima, così da diminuire la nostra capacità di mentalizzare e farci vivere dei rapimenti emotivi. Berne diceva che chi è schiavo delle proprie emozioni non è libero.

Una cosa mi viene da dire su queste personalità, quando incontrate qualcuno che non vi convince, mettete dei confini, ascoltate il vostro corpo, osservate, non fatevi isolare, non date in mano ad altri i vostri affari e finanze.

Essere nella relazione è essere generativi, trasformare la forza in forma, arrivare tramite la mancanza che è in noi a scoprire la relazione d’intimità con l’altro che è dentro noi, che a osservare bene siamo noi.

La relazione si vive attraversando l’illusione, la delusione e infine la disillusione, attraversando ciò possiamo vivere la libertà di sentirci aperti alla vita, una reale apertura al sentire, al pensare e al fare.

La prima dimensione di intersoggettività e di interrelazione è quella di essere FIGLIO/A; infatti nulla nella vita è determinato tranne questa dimensione (almeno questo lo siamo tutti), e nel rispecchiamento con le nostre figure di accudimento diveniamo che siamo, è anche vero che questa dimensione biologica può incrinarsi o addirittura non costruirsi mai, ma è possibile cercare e trovare “altri genitori” con cui costruire genitorialità generativa.

Possiamo avere molti “padri” e molte “madri” che ci mostrino la strada verso il desiderio.

“Soprattutto non temete i momenti difficili, il meglio viene da lì” Rita Levi Montalcini.

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