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Autismo: la fortezza vuota e il silenzio assordante

Autismo: la fortezza vuota e il silenzio assordante.

Quando nel 1911 venne usato per la prima volta il termine autismo per identificare una sorta di schizofrenia giovanile, un’oligofrenia che aveva come maggior difficoltà la sintonizzazione comunicativa, relazionale, emotiva con gli altri, venne messo in relazione questo comportamento con il sistema famigliare e in particolar modo con il comportamento che la madre poteva tenere con il bambino.

Per un lungo periodo di tempo venne attribuita alle madri di persone con autismo il termine “madre frigorifero”, questo termine era usato per definire quelle madri che non erano in grado di rispecchiare l’emozioni del proprio figlio e per questo veniva imputata a loro l’incapacità alla relazione del bambino, l’incapacità del caregiver a essere il social referencing del bambino, era per gli studi del tempo il massimo indicatore per l’incapacità alla modulazione delle emozioni e della sintonizzazione nella relazione con l’altro da sé.

In questo tipo di relazione, la cosa più importante da fare è il saper “restare” in una dinamica che impone molte volte la contemplazione di un mistero, il saper rimanere davanti a una persona che ci obbliga a chinare la testa e a stare innanzi all’inscrutabile.

L’importanza che riveste il rimanere nella relazione, equivale a rimanere in attesa di scorgere una piccola crepa da cui poter intravedere una speranza, una speranza di rompere il silenzio assordante che crea una relazione di “vuota vertigine”. Narra la leggenda che in Cina quando un vaso di pregio si rompe, lo stesso viene riparato con oro, così la venatura d’oro fa divenire unico l’oggetto che acquista ancor più valore. Come quando a Roma andiamo a vedere la cupola di San Pietro attraverso il buco della serratura del priorato di Malta, davanti a quel cancello non ci aspetteremmo mai di poter vedere uno spettacolo unico al mondo guardando da un buco della serratura e invece è proprio così, dinnanzi a noi si schiude la magnificenza dei giardini del priorato di Malta e in lontananza la maestosa bellezza della cupola di San Pietro, il mondo attraverso una prospettiva diversa.

In Italia ottanta mila casi che durante la pandemia in larghissima misura sono stati poco sostenuti dallo stato, lasciati alla totale o quasi, gestione delle famiglie, che non solo si sono dovuti sobbarcare l’ordinario di tutti i giorni, ma anche lo straordinario che è venuto a mancare da un giorno all’altro. La chiusura di tutte le attività che fino a quel giorno erano in essere si sono interotte e l’isolamento di questi ragazzi e le loro famiglie ha preso una connotazione ancor più forte e stringente.

Per tutti i ragazzi/e che soffrono del Disturbo dello Spettro Autistico è molto importante, per non dire essenziale, la possibilità di vivere una routine che per loro diventa rassicurante e protettiva, per le persone che soffrono di questo disturbo è molto importante aver a che fare con ambienti conosciuti, persone conosciute e mantenere gli stessi ritmi e fare le stesse cose, usare strumenti che gli aiutino a mettersi in comunicazione con chi gli è vicino, ma tutto questo durante la pandemia è stato disatteso da chi è stato investito di una carica di responsabilità.

In più riprese la parola emergenza ha riempito l’area e le bocche di chi ha dimenticato che la velocità con cui camminare nel mondo dovrebbe essere la velocità delle persone con più difficoltà, le persone che ci insegnano che colui che guarisce l’altro è colui che è ferito, già spezzato, incrinato dalla vita.

Mi viene in mente la storia di Esculapio (Asclepio) che guarisce gli altri partendo dalla sua malformazione, perchè partendo da questa sua conoscenza diretta con la sofferenza è in grado di percepire e ridare una nuova lettura, per cui una nuova consapevolezza alla sofferenza degli altri nel mondo.

Una comunicazione silenziosa di attesa e speranza, che ci apre all’ accoglienza di ciò che è altro da noi.

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